Vincenzo Anselmo S.I.
Dal tempo dei patriarchi, nomadi nel Vicino Oriente, passando per l’Esodo e il cammino nel deserto, senza dimenticare i poemi di Isaia, che annunciano il ritorno dopo l’esilio babilonese, e i Salmi dei pellegrini diretti al tempio di Gerusalemme fino ai viaggi di Paolo nel Mediterraneo, l’uomo biblico è costitutivamente pellegrino, in viaggio verso il futuro non solo come singolo, ma anche come popolo in marcia verso una terra che è dono di Dio.
Il pellegrinaggio come itinerario spirituale nella Bibbia ha una doppia valenza. Da un lato il cammino comincia perché si è inviati a causa del peccato come segno di penitenza ed espiazione. È quanto accade ad Adamo ed Eva, cacciati dal giardino dopo il peccato (Gen 3), pellegrini nella storia per intraprendere un nuovo percorso verso l’albero della vita. In seguito, nel libro dei Numeri l’incredulità del popolo d’Israele verso la promessa di Dio si traduce in una erranza nel deserto lunga quarant’anni (Nm 14). Eppure, accanto all’identificazione del deserto come luogo di prova e di ribellione, castigo e condanna, nei Profeti si trova anche l’immagine dei luoghi aridi come spazio di trasformazione (Is 35,1; 40,3) e di rinnovamento dell’amore (Os 2,16), dove si viene visitati dalla grazia divina (Ger 2,2; 31,2). Infatti, nel corso del cammino anche il deserto da località legata alla colpa e all’espiazione può mutare in luogo di speranza (Is 40,3) e di gioia (Is 42,11).
Dall’altro lato, il pellegrinaggio è un invio verso la libertà e la vita, come nel caso di Abramo: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gen 12,1). Nel libro dell’Esodo il cammino del popolo d’Israele comincia come una liberazione dalla schiavitù d’Egitto. L’attraversamento del mare simboleggia l’itinerario verso la libertà e il passaggio dalla morte alla vita, come una nuova nascita, mentre le acque si aprono per far uscire il popolo del Signore.
Ogni Israelita è chiamato a rivivere l’esperienza fondativa del mettersi in cammino, salendo a Gerusalemme secondo il comando del Signore: «Tre volte all’anno ogni tuo maschio si presenterà davanti al Signore, tuo Dio, nel luogo che egli avrà scelto: nella festa degli Azzimi, nella festa delle Settimane e nella festa delle Capanne» (Dt 16,16). 15 Salmi accompagnano le salite a Sion, canti che sono attraversati da gioia, gratitudine e fiducia verso Dio: «Quale gioia, quando mi dissero: “Andremo alla casa del Signore!”. Già sono fermi i nostri piedi alle tue porte, Gerusalemme!» (Sal 122,1-2).
In tutti i casi, il pellegrinaggio è caratterizzato dalla misericordia del Signore che in un modo o nell’altro accompagna il suo eletto e il suo popolo nonostante le debolezze e il peccato. Anzi, proprio per questo, il cammino diventa il luogo in cui fare esperienza del Dio con noi, cioè dell’identità stessa di un Dio che accompagna Israele nella nube (Es 13,21-22), pellegrino tra pellegrini come nella storia di Abramo: «Poi il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. [Abramo] alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui» (Gen 18,1-2). «Io sono con te e ti proteggerò dovunque tu andrai» (Gen 28,15) dice il Signore a Giacobbe, mentre è in fuga dal fratello che vuole togliergli la vita.
Davanti alla tentazione degli esseri umani di confluire in un unico luogo per costruire a Babele una torre che sfidi il cielo (Gen 11), il Signore ricrea disperdendo i popoli, affinché riempiano la terra con la loro varietà secondo il comando originario di Gen 1,28: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra». Il cammino, pertanto, si configura come una benedizione sempre nuova, di generazione in generazione.
Infine, nei Vangeli Gesù è pellegrino che si incammina con decisione verso Gerusalemme, indurendo il suo volto (Lc 9,51), per compiere la sua missione di inviato del Padre per offrire la sua vita per la salvezza di tutti.