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Mendicanti di Dio su questa terra di uomini

Tiziano Ferraroni S.I.

Essere uomo, fino in fondo, come Gesù è stato uomo. Fino in fondo.

Perché chi osa andare fino in fondo al suo essere uomo, si apre allo Spirito e vive dello Spirito.

Perché chi osa le domande più proprie del suo essere uomo, si espone al “rischio” di non trovare in sé le risposte, per lo meno non in maniera diretta, e quindi di accedere ad una dimensione nuova: la dimensione dello spirito, la dimensione cioè di chi abita la domanda, e accetta di ricevere la risposta da un Altro.

La risposta, però, non viene come la soluzione di un problema matematico e nemmeno come un discorso convincente. La risposta sopraggiunge come un evento, come un’esperienza che fa vibrare tutte le corde della persona: la sua intelligenza, i suoi affetti, il suo corpo. La risposta viene, ma non nel modo e nei tempi attesi. Il come e il quando non dipendono solo dalla persona. Comincia allora il meraviglioso gioco della vita nello Spirito, dove lo spirito dell’uomo e lo Spirito di Dio si incontrano, si scontrano, si accarezzano, si allontanano, si cercano e si trovano ancora, ogni volta più in profondità.

Lo spirito dell’uomo non si arrende facilmente, lo Spirito di Dio ancora meno.

C’è però un’attitudine che uccide lo spirito dell’uomo, e che allontana lo Spirito di Dio.

“Ti conosco, e so come renderti presente”, dice il religioso [nel senso non di consacrato, ma nel senso di homo religiosus] la cui vita si è ormai appiattita a frequentare riti e osservare leggi: così dicendo, stringe il pugno nel quale crede di afferrare Dio, e congela la formula con cui crede di produrLo. Gli rimane solo un grande vuoto, e un grande freddo.

“Ti conosco, e so che non esisti”, dice l’uomo di scienza che pretende di dimostrare tutto con la sua disciplina, e si rifiuta di aprirsi ad altri linguaggi, ad altre dimensioni.

“Ti conosco e so che non puoi nulla”, sussurra la voce insistente a cui dà credito il potente della terra, che decide così di farsi da sé – a volte, ahimè, persino di farsi da sé in nome di Dio.

C’è un solo peccato che non trova perdono, ci dice il Nuovo Testamento: il peccato contro lo Spirito Santo. Se lo Spirito è vita e movimento, è la fissazione che impedisce allo Spirito di agire: “ti conosco”. Forse questo peccato non trova perdono semplicemente perché non lascia entrare lo Spirito, perché chiude le porte proprio a Colui che, solo, porta il perdono.

“Chi sei?” grida lo scienziato che riconosce che le risposte gli mancano e che, umilmente, accetta di cercare altrove.

“Non ti conosco”, grida il religioso che ha trascorso una vita a cercare Dio, che è passato attraverso gli abissi dell’amore e gli abissi del vuoto, e che ancora cerca.

“Dove sei?” grida il povero che in Dio ha riposto la sua fiducia e che attende il balsamo della sua consolazione.

Di tanto in tanto un soffio sfiorerà il cuore di queste persone e percepiranno un sussurro: “Ti conosco”.

Tanti sono i modi di pregare, di esprimere le aspirazioni, le inquietudini e il desiderio di Dio.

Tanti sono i modi di nutrire la vita nello Spirito, aprendosi al “più grande di sé”. Tanti sono i modi per abitare la precarietà [precarius, che ha come radice la parola preghiera (prex, precis] umana aprendola all’Altro, e all’Oltre . Pas sans toi [“non senza di te”, così M. de Certeau descrive l’esperienza della relazione tra Dio e l’uomo], dice l’orante, il mendicante di Dio: senza di te non posso vivere. E nel silenzio, nel silenzio profondo, d’improvviso percepisce una voce, l’eco di una voce che viene da lontano, da altrove: pas sans toi! Sono le sue stesse parole, ma pronunciate da un Altro… parole che gli rivelano un Dio che non può vivere senza l’uomo, un Dio perso d’amore per l’uomo e che è venuto per rivelarglielo, per rivelarsi, nella carne: “Sono io, Dio creatore, Padre, d’ora in poi Dio della carne, Dio nella carne. È lì, nella carne che ti do appuntamento, è lì che mi troverai. Nella tua carne, che è il tuo corpo, che è la tua storia, che sono le tue relazioni, che è il mondo in cui vivi. È lì, nella carne del mondo, che ti chiedo di abitare, perché è quella la carne che deve essere trasformata nella mia carne, la carne di Cristo, nel mio corpo, il corpo di Cristo (cfr. 1Cor 15,28) . Ti chiedo di aiutarmi in questa opera di trasformazione, cominciando da te. Sii centro di consapevolezza in cui la forza di vita – la mia forza creatrice – fluisca senza ostacoli; sii luogo ospitale in cui il male possa essere portato e redento, inventando insieme a me risposte nuove a ferite antiche; sii ricettore sensibile alla mia luce, per poterla trasmettere; sii strumento di unione e di comunione, ammirando e amando le infinite sfaccettature del mio volto, diffratte nei singoli volti dell’unica carne del mondo. Sii la mia immagine, unica e irripetibile; sii. Vivi, e aiuta a vivere!”